La politica con la P maiuscola

Il Papa nell’incontro a Roma per i 150 anni dell’Azione Cattolica ci ha invitato a fare politica con la P maiuscola. Non so bene cosa voglia dire soprattutto guardando la politica da un angolo di mondo dove non ci sono i numeri per condurre rivoluzioni, tracciare la strada dei popoli. E così ci avvolge la tentazione di pensare “non mi riguarda, io che posso fare?”. L’agire politico rischia di limitarsi a votare il sindaco, il consigliere che promette ciò che ci serve… ma sempre con un atteggiamento passivo: “tanto sono

Il Papa nel discorso all’AC per la festa dei 150 anni

tutti uguali e faranno solo i loro interessi”. Chiuso il discorso con la politica!

Forse la P maiuscola è quella della strada, quella che ci vede protagonisti tutti i giorni. Le scelte politiche che facciamo quotidianamente sono poi quelle che i nostri rappresentanti fanno a loro volta per avere il nostro consenso. Provo a fare tre esempi tra i mille che mi vengono in mente.

1) In banca chiediamo all’impiegato che i soldi rendano il più possibile, crediamo al mondo delle favole dove la gallina dalle uova d’oro concede soldi su soldi, senza fatica, senza rischio. Se l’impiegato ci risponde onestamente dicendo “più di questo non si può” scegliamo (votiamo) la banca accanto che invece ci fa sognare, ci promette rendimenti almeno più alti del vicino. Abbiamo fatto una scelta politica, non importa se ci vendono un’illusione o se per avere quei guadagni finanziamo i fabbricanti di armi, speculatori immobiliari o aziende che sfruttano e disumanizzano il mondo. O se dopo alcuni anni la banca rischia il fallimento. Allo stesso modo fa la politica dei palazzi: cerca la gallina dalle uova d’oro, specula sulle guerre, sul mondo del lavoro, sul futuro dei giovani, sull’emarginazione dei poveri, salvo poi rischiare il fallimento.

2) Cerchiamo l’uomo che conta e gli chiediamo un favore, qualcosa di personale per superare la fila, per avere una prestazione ospedaliera prima degli altri, per avere un incarico o un lavoro in cambio di qualche innocente ed ovvio “sovrapprezzo” per l’impegno messo. Pensare che questo sia l’unico modo di ottenere le cose è azione politica. Ho sentito mille volte con le mie orecchie, amici, nonni, genitori che educano i figli alla disillusione, a non credere all’onestà, che un posto di lavoro si ottiene solo affinando le armi della sopraffazione e dell’inganno, della furbizia e dell’omertà di fronte alle ingiustizie. Se insegniamo questo ai nostri figli (nel segreto delle nostre case, in piazza ci riempiamo la bocca di altre parole) come possiamo sperare che i nostri rappresentanti facciano diversamente?

3) Ci propongono di accogliere qualcuno che ha meno di noi, che fa migliaia di chilometri pagando sfruttatori, subendo soprusi, che chiede solidarietà umana perché nel suo paese è costretto a far vivere la sua famiglia con 30 € al mese, mentre su internet vede il nostro paradiso di benessere. Il primo pensiero è “l’accoglienza è pericolosa”, prima di vedere l’uomo/la donna, il padre di famiglia emigrato nasce la paura, pensiamo di aver di fronte l’approfittatore, il delinquente, il ladro del nostro benessere, salvo poi usarlo come badante magari “in nero” o come lavoratore sottopagato. Come possiamo pretendere che chi è molto più ricco e potente di noi ci guardi con uno sguardo diverso? Quando andremo noi (o i giovani che qui non trovano lavoro) a chiedere aiuto come potremo sperare di essere guardati diversamente? Ci stiamo abituando a trasformare i più deboli in pericolosi “scarti umani” (e al giro toccherà a noi…basta vedere gli stipendi dei nostri figli), se facciamo scelte politiche quotidiane di esclusione avremo politici e uomini di potere che si comporteranno nello steso modo con noi piccoli uomini di periferia, che per loro siamo degli scarti che danno fastidio come le zanzare d’estate

Non è moralismo ma è la consapevolezza che il nostro agire quotidiano condiziona la politica. Io non mi rassegno, sono convinto che siamo in un mondo di persone che desiderano una vita bella, ma questa passa per l’impegno, la fatica di costruire qualcosa tutti i giorni, la condivisione. Questo credo possa essere da subito la politica con la P maiuscola che possiamo fare…. poi se ci organizziamo e ci uniamo, facciamo crescere i numeri e la pressione di chi agisce così, ho la certezza che ai piani alti dovranno prenderne atto. Ma se da noi per primi hanno esempi negativi, avranno la scusa per perpetuare i nostri stessi comportamenti. Certo il discorso non finisce qui ed è sicuramente più complesso, ma questo è un primo e fondamentale tassello.

La mia professoressa alle superiori, pur non condividendo a pieno il mio impegno nella Chiesa, predicava che il santo principio evangelico del “ama il prossimo tuo come te stesso” è criterio unico e sufficiente per una convivenza sociale umana, positiva e dal benessere diffuso. E’ azione politica con la P maiuscola. Santa professoressa, laica e diffidente verso la religione, ma che sapeva riconoscere la sapienza “divina” che in essa è rivelata!!

Flavio Gotta – presidente Diocesano di AC

2017-Giornata del Migrante

domenica la Giornata del Migrante e del Rifugiato

MIGRANTI E RIFUGIATI: LA RESPONSABILITA’ DI CAPIRE E DI COMUNICARE

Domenica si è celebrata la Giornata del Migrante e del Rifugiato, centrata quest’anno in particolare sulla condizione dei minori. Numerose le iniziative e gli interventi in tutt’Italia. Ne hanno dato qualche riscontro i media nazionali. E’ quindi opportuno ragionarne anche nel nostro piccolo contesto, che peraltro condivide – volente e o nolente – le vicende generali.
Si tratta di un fenomeno molto complesso. Se vogliamo uscire dai facili slogan, occorre riferirsi ad alcuni punti fermi, che riguardano principalmente due aspetti:

1) Anzitutto la natura, le cause e le dimensioni del fenomeno migratorio, e in particolare dei rifugiati e richiedenti asilo: si tratta di flussi che dipendono principalmente da due fattori: chi fugge da situazioni di guerra e di persecuzione (per i quali è possibile il riconoscimento di rifugiati e l’asilo politico) e quanti fuggono da situazioni di fame e miseria alla ricerca di un lavoro e di un futuro per sé e per la propria famiglia. Sono cause che difficilmente possono essere fermate da muri e filo spinato. Le oscene immagini di questi giorni alle frontiere balcaniche, l’ecatombe di vite nel
Mediterraneo, la condizione di migliaia di bambini e ragazzi (sovente soli, perciò ancor più vulnerabili e impossibilitati a far sentire la propria voce) ne sono la drammatica conferma. Così come il fenomeno di quanti sono immigrati e si sono inseriti nella nostra società non è reversibile, a maggior ragione per quanti sono figli di immigrati di seconda generazione. Quindi: quale convivenza vogliamo costruire ?
2) Il secondo aspetto è l’atteggiamento con cui guardiamo al fenomeno: è l’elemento determinante, perché sta alla base dei giudizi che diamo sulle persone coinvolte e sulle iniziative e provvedimenti politici e amministrativi necessari a governare il fenomeno. Quindi proprio questo ‘sguardo’ è il primo e decisivo elemento, che riguarda la responsabilità di tutti e di ciascuno: se lo sguardo è corretto produce atteggiamenti costruttivi, se lo sguardo è distorto o manipolato produce errore. In proposito, è necessario anzitutto distinguere bene tra immigrazione e terrorismo, tra musulmani e terrorismo, tra migrazione e criminalità: infatti identificare questi fenomeni non corrisponde alla realtà, produce pregiudizio e sofferenza, alimenta “le guerre tra poveri”.

LE PAROLE DEL PAPA. Nel messaggio per la Giornata del migrante, Francesco richiamano il Vangelo quando si sofferma sulla “responsabilità di chi va contro la misericordia: «Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare» (Mt 18,6)” … “Sono in primo luogo i minori a pagare i costi gravosi dell’emigrazione, provocata quasi sempre dalla violenza, dalla miseria e dalle condizioni ambientali, fattori ai quali si associa anche la globalizzazione nei suoi aspetti negativi. La corsa sfrenata verso guadagni rapidi e facili comporta anche lo sviluppo di aberranti piaghe come il traffico di bambini, lo sfruttamento e l’abuso di minori e, in generale, la privazione dei diritti inerenti alla fanciullezza sanciti dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia” … “Pur senza misconoscere le problematiche e, spesso, i drammi e le tragedie delle migrazioni, come pure le difficoltà connesse all’accoglienza dignitosa di queste persone, la Chiesa incoraggia a riconoscere il disegno di Dio anche in questo fenomeno, con la certezza che nessuno è straniero nella comunità cristiana, che abbraccia «ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9). Ognuno è prezioso, le persone sono più importanti delle cose e il valore di ogni istituzione si misura sul modo in cui tratta la vita e la dignità dell’essere umano, soprattutto in condizioni di vulnerabilità, come nel caso dei minori migranti”. Per questo papa Francesco, richiamando un analogo messaggio di Benedetto XV del 2008, indica la necessità di “puntare sulla protezione, sull’integrazione e su soluzioni durature” che riguardano sia gli interventi nei paesi d’origine sia quelli interni e locali.

PROGETTI PER LA PROTEZIONE E L’INTEGRAZIONE. Mons.Galantino, segretario della Conferenza episcopale italiana, sottolinea la responsabilità di quanti governano e degli operatori della comunicazione “senza la superficialità gridata da chi parla tanto di migranti ma forse non ha mai parlato con i migranti e senza il cinismo di chi forse non ha mai incrociato lo sguardo smarrito e implorante di una famiglia migrante fatta di uomini, donne e bambini”. Occorre invece misurarsi con progetti realistici, con provvedimenti che facilitino l’inserimento dei migranti nella nostra società. Da qui l’apprezzamento per quanti lavorano per la protezione e l’integrazione: dalle forze dell’ordine agli insegnanti, dai volontari e agli operatori della cooperative sociali che gestiscono direttamente i diversi aspetti dell’accoglienza e dell’integrazione, sovente con grande sacrificio personale.
Crediamo che quanto ci indicano il Papa e i Vescovi corrisponda a quanto suggerisce la coscienza cristiana orientata al Vangelo. Certo è un’indicazione “scomoda” che smuove le nostre certezze e sicurezze. Che ci chiede una “conversione”. Ma che ci può aiutare ad affrontare in modo positivo le nostre paure. E ci guida ad assumere le nostre responsabilità di cristiani e di cittadini. Una indicazione che interpella tutti, a partire da quanti hanno responsabilità educative e culturali, sociali e politiche. Non si tratta di “buonismo”, bensì appunto di responsabilità.

L’USO DISTORTO DELLA VICENDA MIGRANTI. E’ infatti scandaloso l’uso che della vicenda migranti/rifugiati viene fatto a livello politico, per conquistare una manciata di voti, facendo leva sulle paure e sulla rabbia (più o meno giustificate). Uso il termine ‘scandaloso’ perché chi fa leva sul pregiudizio e semina paura e ostilità ha responsabilità ben precise, a cominciare dall’uso dei social network o dei discorsi pubblici: infatti, pregiudizio e ostilità creano atteggiamenti di chiusura, alimentano a loro volta pregiudizi e ostilità contrarie, fanno salire i rischi, la violenza e l’insicurezza. E’ questo il futuro che vogliamo costruire per i nostri figli e nipoti ? Ma questo uso ‘politico’ distorto della vicenda migranti è scandaloso anche per un altro aspetto: pregiudizi e ostilità non aiutano a individuare le soluzioni opportune e possibili ai problemi (reali) che la migrazione e l’integrazione pongono, anzi allontanano dalla possibilità di attuare interventi positivi. Interventi possibili solo con la collaborazione di tanti: accoglienza e integrazione, infatti, non riguardano solo alcuni tecnici della sicurezza e specialisti della solidarietà, ma l’atteggiamento diffuso di tutta una comunità. Ed in primo luogo di quanti la amministrano.

Vittorio Rapetti

Scelta religiosa e mediazione culturale

DALLA FEDE ALLA POLITICA (e ritorno): scelta religiosa e mediazioni culturali – politiche Vittorio Rapetti

La politica torna prepotentemente a farsi spazio nei pensieri e nelle preoccupazioni, ma anche nelle attese di tanti. L’infinita vicenda personale di Berlusconi rischia però di far velo a questioni chiave che ormai non ammettono ulteriori rinvii. La questione del lavoro e della disoccupazione giovanile, prima di tutto. Quella della legalità e del contrasto alle mafie e alla mentalità di  corruzione. Quella dell’ambiente e della sua tutela sanitaria e culturale. Quella del sistema del welfare, a cominciare dai servizi sanitari e socio-assistenziali, ancor più cruciali in epoca di crisi perdurante come l’attuale.

Ma altre questioni si intrecciano a quelle sociali ed economiche e sono quelle propriamente politiche: il futuro della democrazia in Italia ed il ridefinirsi del sistema dei partiti, il sistema elettorale  (che attende una indispensabile riforma dell’attuale legge), le opportune “manutenzioni” costituzionali (che non scardinino il progetto e l’equilibrio disegnato dalla Costituzione del 1948), il rilancio dell’Europa (di fronte all’importanza decisiva della integrazione europea ma anche rispetto ai tanti punti deboli del percorso fin qui attuato).

I prossimi appuntamenti elettorali – a cominciare dalle cruciali elezioni europee del 2014 – dovranno fare i conti con questi nodi. E tutto questo ci chiede di superare la fatica e talora il fastidio – che tutti ci prende – quando ci troviamo ad occuparci di politica …. ben sapendo che farne a meno non risolve alcun problema, anzi li aggrava.

Ma anche la fede cristiana e la chiesa cattolica stanno riproponendosi con decisione all’attenzione di tutti. Le parole e le scelte di papa Francesco hanno riaperto la prospettiva di una chiesa che sa rinnovarsi secondo lo spirito del Concilio Vaticano II, di una chiesa povera che sviluppa il suo ruolo profetico, a partire dalle necessità spirituali, morali e materiali, attraverso la condivisione (o almeno la vicinanza), l’accompagnamento, il discernimento, la misericordia, ma anche attraverso un diverso modo di organizzare la sua vita interna.

Politica e fede debbono restare ambiti distinti, ma non indifferenti (è la famosa scelta religiosa compiuta dall’AC nel dopo Concilio, che resta di profonda attualità). E la strada per riprendere questo rapporto è duplice: da un lato ritrovare uno sguardo condiviso sui problemi essenziali e sul modo di intendere la vita e le esigenze umane, che possa restituire una ispirazione di fondo a quanti sono chiamati a costruire il bene comune (è in fondo l’idea del Concilio della “famiglia umana” e dell’”equa distribuzione delle risorse” in nome della “comune dignità di tutti gli esseri umani”).

Dall’altro, ritrovare l’indispensabile raccordo tra morale e politica. Le recenti parole – semplici e chiare –  di papa Francesco sulla “dea tangente” e sul “dio denaro”, su quel “pane sporco” che rischiamo di dare ai nostri figli, ci riportano proprio a questa sequenza fede-morale-politica. Una sequenza che può diventare un contributo per la stessa ripresa del nostro paese, che deve tornare a guardare alla costruzione dei “capitali morali e spirituali”, senza i quali le risorse economiche – poche o tante che siano – non producono sviluppo umano, ma solo maggiori squilibri e ingiustizie e violenze.

Quali strumenti per servire questo cammino ?  La nostra è una stagione di trasformazione profonda, e forse guardare ad altre fasi analoghe della storia può aiutarci. Nel passaggio tra ‘800 e ‘900  e nel secondo dopoguerra, i cattolici italiani non si sono limitati a enunciazioni di principio o a ribadire quanto la gerarchia annunciava attraverso il suo magistero. Essi hanno costruito delle “mediazioni” ossia delle proposte e degli strumenti per cercare di attuare nella vita personale, familiare e sociale quei valori e principi di ispirazione cristiana.

Sul versante della formazione religiosa ed ecclesiale costruirono con pazienza e volontà le proposte e le strutture dell’associazionismo laicale (l’Azione Cattolica con le sue diverse articolazioni e poi l’Agesci, ed altre associazioni legate alle congregazioni religiose e missionarie).

Sul versante sociale ed economico organizzarono le associazioni culturali e professionali, il sindacato con la Cisl, le Acli, le tante forme di cooperazione economica e sociale, per lo sport e il tempo libero (CSI, CTG e tante altre forme aggregate).

Anche sul piano politico scelsero una concreta mediazione storica attraverso l’adesione ad un partito (in prevalenza il Partito Popolare prima, la DC poi, ed alcuni in altre formazioni). Attraverso  questa fitta rete associativa, sociale e politica  i cattolici italiani hanno potuto crescere nella fede e nella testimonianza cristiana ed anche sul piano culturale ed esistenziale, dando un contributo di grande importanza all’intero paese, a cominciare dalla Costituzione fino alla vita ordinaria nei diversi territori.

Certo, la storia non si ripete in modo meccanico. Ora i tempi sono diversi, differenti le condizioni religiose e culturali. La Dc non c’è più, i sindacati e l’associazionismo sociale ed ecclesiale hanno una “presa”limitata. Ma le mediazioni ecclesiali-culturali, sociali-economiche e politiche sono indispensabili: se quelle precedenti non reggono o non sono comprese, vanno ri-elaborate. Ma in ogni caso le mediazioni sono necessarie.  Altrimenti anche le migliori affermazioni restano “senza gambe”, le più belle testimonianze entusiasmano per qualche momento e poi scivolano via, i valori e i buoni esempi non si radicano nella vita delle persone e delle comunità. Per questo occorrono alla chiesa e alla società associazionismo, cooperazione, sindacati,  partiti (nelle nuove e molteplici forme che occorre elaborare a fronte delle mutate condizioni di vita, di lavoro, di mobilità, di cultura, di salute). Solo così il tessuto civile e religioso può vivere, crescere, dare alle nuove generazioni una possibilità concreta di integrazione, di cambiamento, di critica costruttiva, ed offrire ai più deboli una rete di solidarietà efficace.

Riflessioni socio politiche – novembre 2013

Due articoli di Vittorio Rapetti per riflettere “da cristiani” sulla situazione attuale

Scelta religiosa e mediazione culturale

Famiglia e società, tra politica e avarizia

Attraverso Papa Francesco l’America Latina ci restituisce il Vangelo?

Attraverso Papa Francesco l’America Latina ci restituisce il Vangelo?

 

In preparazione all’incontro con Marcelo Barros del 17 novembre abbiamo chiesto a Don Pavin di aiutarci nel capire le novità evangeliche che il Sud America ci ha dato, compreso Papa Francesco.

 

Un Papa piemontese? No: un papa sudamericano (anche se argentino, del paese forse meno “creolo”). Un papa tradizionalista -nel senso più vero- ci fa rivedere e risentire la fede dei padri.

-L’America Latina ci restituisce il Vangelo. Le fu imposto col colonialismo:  forse i secoli di sottomissione la spinsero a vedere il vangelo come “ev-angelo”, notizia di liberazione e di speranza. Come buona novella è penetrato davvero nella cultura di quelle popolazioni. Una inculturazione di cui forse solo ora, dopo cinque secoli, noi europei cominciamo a scoprire la “evangelicità”. Ora che cominciamo a renderci conto che il nostro intellettualismo, le nostre strutture organizzate e disciplinate, il nostro  esasperato e raffinato moralismo, sembrano portarci a un vicolo cieco, come a illuderci di salvarci da soli…

-Una chiesa povera per i poveri. Popolare, vicina alla gente, poco intellettuale: la rivincita della religiosità popolare.  Misericordia più che moralismo: è Gesù Cristo che ci salva, non la nostra bravura e abilità. Gioia e festa più che seriosità. Fratellanza più che “disciplina”…

Per noi la religiosità popolare è confinata nelle feste patronali (più impegno delle Pro-loco che delle parrocchie), o snobbata nelle persone anziane e “ignoranti e superstiziose”, secondo noi.  Per l’America Latina è fede incarnata, fisica, festosa, e per questo contagiosa. Riuscirà papa Francesco a trasmetterci  il suo stile, la sua fede evangelica, umile e povera?

-Ma davvero l’America latina è così?  Non siamo ingenui: sta inseguendo velocemente  la nostra modernità e, purtroppo, ci sta raggiungendo in fretta. (Forse il successo delle sette è una reazione a una modernità che toglie alla vita calore e spontaneità).

Ma questi valori evangelici, che ha mantenuto per tanti secoli, adesso ce li sta offrendo, come  salvezza da una fede che rischia di ridursi a scienza, da una morale che rischia di diventare superbia, da una struttura che rischia di apparire sempre più gestione di potere.

Nell’immediato post-concilio, ci siamo sfogati in tanti discorsi sulle comunità di base (discorsi, appunto, salvo qualche esperienza-limite mal digerita dalle nostre chiese), poi siamo diventati tutti esperti di Teologia della liberazione (ammirarla o temerla ci teneva svegli); adesso siamo invitati ad accogliere e vivere questi valori nella “normalità”  di un papa che vive così perché è normale, che si porta la nera borsa di cuoio perché è normale, che accoglie sulla porta i visitatori perché è normale, che saluta la gente all’uscita di chiesa perché è normale… Che accoglie le persone senza giudicarle… perché è Vangelo. (Gv 8,8“Neanch’io ti condanno: va in pace e non peccare più”)

 

Don Pavin, assistente diocesano e regionale dell’AC, missionario in Venezuela negli anni ’60

La scelta preferenziale per i poveri

In Avvento e in Quaresima, insieme all’Azione cattolica interparrocchiale e alla Parrocchia della Cattedrale di Acqui, il Movimento ecclesiale di impegno culturale (MEIC), ha organizzato (nella Cripta del Duomo) un’ampia lettura guidata di testi tratti dal Concilio vaticano II.

L’iniziativa voleva essere una risposta all’invito del Papa Benedetto XVI a porre l’insegnamento del Concilio vaticano II al centro dell’anno della fede (l’ultima grande scelta pastorale di questo papa): anno della fede che si sta per concludere .

Abbiamo chiesto al coordinatore diocesano del MEIC , Domenico Borgatta  di introdurre, per i nostri lettori, il tema della Chiesa dei poveri, argomento di cui si è occupato il Concilio vaticano II e tornato alla ribalta dell’attenzione ecclesiale grazie ai frequenti interventi di Papa Francesco.

L’occasione di riflettere su questo tema si presenta inoltre con l’iniziativa proposta dall’Azione cattolica diocesana che si terrà a Nizza Monferrato  sabato 16 e domenica 17 con l’intervento di Marcelo Barros, monaco brasiliano, stretto collaboratore di uno dei più famosi vescovi della Chiesa dei poveri, l’arcivescovo di Recife, Helder Camara. Pubblichiamo qui di seguito il suo intervento.

 

 

“Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”. Questa esclamazione del Papa Francesco, pronunciata poche ore dopo la sua elezione, ha commosso molti (anche non credenti).

Non è inutile ricordare che queste parole del Papa non derivano soltanto dalla sua sensibilità umana e cristiana: esse sono radicate in uno dei documenti più importanti del Concilio Vaticano II, quello in cui si parla della Chiesa e che abbiamo letto in cattedrale lo scorso dicembre.

Perciò, articoliamo la nostra riflessione proprio a partire dal Concilio per poi provare a indagare alcuni avvenimenti e riflessioni relativi  a questo argomento, intervenuti nei cinquanta anni che ci separano dal Concilio per poi, al termine, provare a trarre qualche conclusione che ci possa essere utile oggi qui da noi.

1. Il Testo conciliare a cui facciamo riferimento è il paragrafo 8 del documento conciliare “ Costituzione dogmatica sulla Chiesa” (in latino, indicato come Lumen gentium): si tratta del paragrafo conclusivo del primo capitolo: quello più importante, perché in esso il concilio affronta il tema del “Mistero della Chiesa”: sarebbe come dire il posto in cui si indaga sulla natura profonda (visibile perché fatta da uomini che vivono nella storia) e spirituale (perché voluta da Dio, attraverso la morte e resurrezione di Gesù e la presenza dello Spirito santo, per la salvezza di tutti gli uomini).

Si tratta di un testo del Concilio tra i meno commentati e i meno citati nei discorsi degli uomini di Chiesa in questi cinquant’anni che ci separano dall’assise conciliare e che ora, giustamente, il Papa pone al centro del suo programma  di vescovo di Roma che presiede a tutte le Chiese nella Carità.
Ecco il testo ( un po’ lungo ma espresso con parole e con argomenti di piena attualità per cui vale la  pena, una volta tanto, di citarlo – e di  leggerlo – nella sua integrità):

“Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo « che era di condizione divina… spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo » (lettera di Paolo ai cristiani di Filippi capitolo 2 versetti da 6 a 7) e per noi « da ricco che era si fece povero » (Seconda lettera di Paolo ai cristiani di Corinto  capitolo 8, versetto 9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre « ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito » (Vangelo di Luca capitolo 4 versetto18), « a cercare e salvare ciò che era perduto» (Vangelo di Luca 19,10), così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo. Ma mentre Cristo, « santo, innocente, immacolato non conobbe il peccato “ (Seconda lettera di Paolo ai cristiani di Corinto capitolo  5 versetto 21) e venne solo allo scopo di espiare i peccati del popolo (Lettera agli  Ebrei capitolo  2 versetto 17), la Chiesa, che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento. La Chiesa « prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio », annunziando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga (Prima lettera di Paolo ai  cristiani di Corinto capitolo 11 versetto 26). Dalla virtù del Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di lui, fino a che alla fine dei tempi esso sarà manifestato nella pienezza della luce”. Il testo è chiarissimo, per cui, mi permetto solo qualche considerazione.

1.      La povertà è uno dei modi attraverso i quali la Chiesa che non si vede (la chiesa mistero, quella che nel paragrafo precedente il 7, il Concilio chiama “ corpo mistico di Cristo”) si rende visibile agli uomini di oggi.

2.      Questo passo del Concilio, prima di parlare della Chiesa, parla del suo fondatore  Gesù, ed è per essere conforme a Lui che la Chiesa deve essere povera:  “Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza”; come si vede, quella della povertà per la Chiesa non è una tra le tante scelte possibili, che magari in alcuni momenti della storia o in alcuni ambienti diventano più opportune: si tratta di qualcosa di essenziale se vuole  “comunicare agli uomini la salvezza” (sarebbe come dire : se vuole svolgere la sua  missione). Per la Chiesa non c’è altra strada che quella percorsa da Gesù e cioè la via  della croce.

3.      Il passo che abbiamo letto non parla della povertà dei cristiani (anche se, in certo modo, la suppone): esso parla della povertà “della Chiesa” nel suo insieme; in sostanza il Concilio non si limita a dire: dobbiamo imitare Gesù povero,  ma dice ben di più: la Chiesa (nel suo complesso: dal Papa, ai cardinali, ai Vescovi, ai preti, ai laici) deve essere povera nei mezzi  che sceglie e nel modo in cui li usa, nelle strutture di autogoverno che si dà, nelle scelte pastorali, nel suo modo di proporre la verità che annuncia, nell’atteggiamento che assume nei confronti di chi appartiene ad altre confessioni o gruppi religiosi, di chi è ancora fuori di essa o di chi l’ha abbandonata. Come si vede c’è del lavoro da fare e pochi di noi possono sperare di morire dopo che questo lavoro è stato terminato.

4.      La parola “povertà” non è la sola parola utilizzata dalla Costituzione conciliare sulla Chiesa (ed anche il Papa, ormai parecchie volte, nei suoi discorsi “a braccio” fa riferimento a tante altre realtà, condizioni di vita che ritroviamo puntualmente in questo documento conciliare); cito, un po’ alla rinfusa dal testo riportato sopra: “poveri e sofferenti, persecuzione, umiltà e abnegazione, poveri e perduti, afflizioni e difficoltà, servizio, debolezza”. Da ciò possiamo trarre la conclusione che qui si parla di un tipo di povertà che supera la categoria per così dire sociologica di povertà.

5.       Voglio, in conclusione, richiamare ancora un “passaggio” del testo che ho proposto alla lettura: Questo: “ la Chiesa …… non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione”.  A questo passo del Concilio, sembra  far  riferimento papa Francesco ogni volta (e l’ha fatto diverse volte in questi mesi)  in cui invita tutti a guardare non alla sua persona ma a Cristo. Se questo vale per il Papa, ancor più vale per la Chiesa: essa non può dare l’impressione (coi suoi riti, col suo potere,  col suo comportamento) di ricercare la gloria terrena. Il concilio invita tutta la nostra comunità all’”abnegazione”.  Si tratta di un termine molto forte che richiama uno dei requisiti essenziali  per chiunque voglia seguire Gesù, almeno secondo l’evangelista Marco che, al versetto 34 del capitolo 8 del suo Vangelo,  scrive: “ Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, Gesù disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

2. Nei cinquant’anni che ci separano dal Concilio sono intervenuti fatti nuovi che a metà degli anni 60 del secolo scorso non era possibile prevedere.

Ne indico alcuni: il crollo dei regimi che dichiaravano di reggersi su visioni filosofico politiche marxiste; la globalizzazione e il pluralismo religioso.

Su ognuno di essi intendo esporre qualche considerazione.

1.Incominciamo dal cosiddetto “crollo del Comunismo”: in genere con questa espressione ci si riferisce sia al tramonto dell’ideologia marxista e in particolare della cosiddetta “lotta di classe” sia al caduta dei sistemi politici che ad essa dichiaravano di ispirarsi.  Ma se la lotta di classe ha mostrato tutte le sue difficoltà (a livello teorico e pratico) i poveri non sono scomparsi anzi la forbice tra numero dei poveri sempre più poveri e dei ricchi sempre più ricchi ha continuato ad allargarsi. In sostanza, i poveri ci sono ancora, le guerre per il potere si spostano qua e là sul pianeta: basta guardarsi in giro e si vedono i vincenti e i perdenti. I primi hanno sempre più denaro, i secondi sempre più miseria. Anzi oggi si è diffuso (e da quel che capisco si sta diffondendo sempre più) un  sottoproletariato che (a differenza del proletariato di cinquanta anni fa) non ha né la forza né la capacità né la volontà di lottare per superare la condizione di disperazione in cui vive. Anzi i sottoproletari non sanno quello che fanno, non sanno parlare, non sanno scrivere, non si sanno spiegare: urlano, chiedono, vogliono. Sono i miserabili e non li vuole nessuno. Uomini o donne, bianchi, neri, mulatti. Vengono usati, sfruttati, buttati via (pensiamo a molti immigrati ma anche  a molti connazionali): sono poveri così poveri che non li vuole più nessuno, nemmeno gli eventuali marxisti ancora rimasti in circolazione. E così essi tendono a scomparire nelle periferie del mondo e delle città, a diventare invisibili