Gaudete et exsultate

di Don Giovanni Pavin (assistente diocesano adulti)

Chi non l’ha ancora letta non sa cosa si perde.
Santità come gioia (Questa sì che è rivoluzione!)
Quante prediche ascoltate (e subite) sul dovere di “farmi santo”! “Non sono neanche sicuro che mi piaccia” -avevo risposto una volta al padre spirituale-. Non vi dico come finì… Ho sempre pensato che “santo” non era pane per i miei denti. E, se si tratta dei “miei” denti (ancora come sono ridotti oggi) è tuttora vero. Quasi quasi mi sentivo scusato. Sta birba di papa Francesco mi toglie ogni scusa! Il problema non sono i miei denti, ma lasciarmi “masticare”.
E’ tutto un altro discorso!

Santità Dono di Dio.
Più roba da poveri che conquista di forti. Più donata che guadagnata. Più mistica che morale (intendendosi sui termini). Non è santo il perfetto, ma il credente. Più quotidianità che eccezionalità.
Più vangelo che morale o diritto (o ascetica). Quante disquisizioni, di moralismo esasperato e di “spaccare il capello in quattro”! Guarda un po’: si trattava semplicemente di Vangelo!

Più beatitudini che comandamenti. Le beatitudini non sono ordini: devi essere povero, devi piangere, devi aver fame e sete… sono Vangelo: bella notizia! Le tue povertà, le tue piccolezze io le accolgo e le benedico. E, in Gesù, le faccio mie. E tu fa’ lo stesso con i tuoi fratelli. “Venite, benedetti dal Padre mio, prendete parte al regno…”. Legare le beatitudini (Mt. 5) al discorso del giudizio (Mt.25) è un colpo di genio di Papa Francesco e di tantissimi santi, o forse tutti. Ma soprattutto del vangelo di Matteo!
Più umorismo e serenità che polemica e dramma. Appunto: beatitudini.

Un dono da accogliere
“Se vedi un fratello che si arrampica in cielo, tiralo giù per i piedi” (detto dei padri del deserto). No al neo-pelagianesimo: voler salvarsi con le proprie forze. Disprezzo della materia, della fisicità e della povertà è più orgoglio che santità. No al neo-gnosticismo: fare della fede un problema di… testa. Ma guarda un po’, potrebbero dire tanti aspiranti santi: ci credevamo eroi e ci scopriamo presuntuosi.
Gioia di essere salvato, non accanimento terapeutico verso la salvezza. Amore e Misericordia per i fratelli, non giudizio. Povertà come spazio libero per il Padre e i fratelli, non disgrazia-tabù.
Santi-compagni di viaggio, più che statue sull’altare.
Un vecchio proverbio terminava dicendo: “…quando muoiono, tutti santi”: Perché no? Perché dubitare che i nostri vecchi, con tutte le loro povertà e incapacità, erano (e sono!) santi? Santi, semplicemente perché vivevano a livello di vangelo. Compagni di viaggio, anche loro, se anche noi riusciamo a vivere la semplicità e la povertà serena delle beatitudini.
Ma forse per noi è un po’ più difficile.
Neo-pelagianesimo e neo-gnosticismo si mascherano di benessere, di autostima (e disistima degli altri), di progresso tecnico… tutte belle cose, ma che vanno trattate con molto discernimento, l’ultima parola-chiave dell’esortazione di papa Francesco.

Credere nel Natale significa essere segno di Pace e seminare la Speranza

Quando leggerai questo pezzo, Natale sarà già passato e probabilmente anche l’Epifania, il fare memoria della Sua prima venuta tra noi si sarà già consumato, insieme ai regali e agli auspici di un 2018 migliore dell’anno appena trascorso. Con molta probabilità ci sarà anche una vena di malinconia per il fatto di non riuscire a crederci fino in fondo, per quella nostalgia di quando da bambini credevamo che i regali davvero arrivassero dal cielo.

Eppure, guardando a quella vedova che guida il nostro anno associativo, colei che mette due monete nel tempio, vediamo che non le manca la speranza, altrimenti non avrebbe spiegazione il mettere “tutto quanto aveva per vivere” sapendo che non cambierà le sorti del mondo. Sarebbe proprio un sacrificio inutile e insensato. Quei due soldi poteva usarli per un panino, per un pacchetto di biscotti, almeno si sarebbe riempita un po’ la pancia.

E’ vero che se progettiamo in grande abbiamo bisogno di grandi risorse, ma se crediamo che anche dalle cose piccole possano nascere grandi cose allora non è più così necessario avere capitali spropositati. In Consiglio Pastorale Diocesano si è lavorato molto sul dare il giusto peso alle risorse finanziarie, è giusto saperle usare bene. Però è “peccaminoso” anche credere che per fare grandi cose servano “grandi opere” e tanti soldi! Un piccolo bambino in fasce contiene il mistero di Dio infinito, un granello di senape diventa un albero su cui ripararsi, pochi grammi di lievito danno Vita alla massa di farina. Il Padre celeste non sa più come dircelo di avere fiducia nelle piccole cose, di non confidare nella sola forza “umana” perché è fragile ma soprattutto porta alla guerra perché non basta mai per riempire il senso di insoddisfazione che abbiamo dentro. Solo Dio può colmare quel bisogno di amore che ci portiamo dietro fin dalla nascita e che invece di diventare stimolo per migliorare il mondo spesso si trasforma in “consumismo compulsivo”, in necessità di dominio sull’altro, sulla donna, sull’immigrato, sul collega di lavoro, tra le nazioni… La Pace è sapere che non abbiamo nulla da perdere, che quel vuoto non ci mangia e possiamo trasfigurarlo. E noi cristiani siamo fortunati perché sappiamo che Dio colma ogni mancanza, come abbiamo ascoltato in Avvento «ogni valle sarà innalzata». E’ un Padre buono che non abbandona i suoi figli, MAI, anche quando sulla croce non c’è più nulla da fare, anche quando la Shoah sembra aver vinto su tutto, anche quando l’ingiustizia sembra schiacciare le nostre vite.

Papa Francesco ci dice di guardare all’infinitamente piccolo, ci ha regalato un’enciclica splendida e profetica come la Laudato sii che pone attenzione alla biodiversità, al rispetto di ogni più piccola creatura dicendo che in quei frammenti infinitesimali c’è Dio che ci parla. E cos’è più grande che sapere che Dio ci sta accanto e ha un Regno di giustizia e Pace dove c’è un posto per ciascuno di noi? Di cosa dobbiamo avere paura? Però forse non ci crediamo davvero, rimane quella bella favola che diventando grandi non riusciamo a credere più neanche nel tempo di Natale.

L’augurio che faccio a tutti noi è che riusciamo a coltivare la rete di amicizie, la rete associativa pensando che possiamo ancora dare cose buone da mangiare a chi ci sta accanto, dare speranza, esperienze formative reali, gratuità nel dare che diventa abbondanza nel ricevere… Ci sembra impossibile, ci sembra che si debba sparire da un momento all’altro, ma questo accadrà solo quando smetteremo di credere a un Dio che si è fatto bambino, un Dio disposto a salvare Sodoma e Gomorra anche solo per un uomo giusto… se non ci crediamo noi non potrà farlo neanche Lui. Dio Padre non si impone, accoglie e accompagna, chiede a noi almeno di sperare.

In alto i cuori, Dio è presente molto più di quel che ci sembra, dobbiamo inforcare occhiali adatti, come quello sguardo di Gesù sulla vedova che nessuno notava, e vedremo i giovani, i ragazzi che spendono il loro tempo per vivere nel nome del Signore, il valore dell’AC che prova a farci sentire popolo, a farci sperimentare il senso di essere RESPONSABILI PER IL RUOLO CHE ABBIAMO (ed è un’operazione culturale/esistenziale di ENORME IMPORTANZA). Ogni tessera di Ac è il modo di ricordare alle persone che stanno vivendo una vocazione personale, che stanno rispondendo sì a Dio per la comunità. Non è vero che non ci sono più vocazioni, non è vero che non ci sono più operai, però dobbiamo guardarci per quel che siamo: donne, uomini, giovani, anziani e ragazzi che hanno sentito la presenza di Dio nella loro storia attraverso le persone che ci circondano e diciamo sì, io ci sono, sì io ci credo e ci voglio credere.

Buon 2018: sarà il frutto delle nostre azioni, della nostra capacità di guardarlo, della sapienza di accogliere la Sua presenza per quel che è, non per quello che vorremmo che fosse. Altrimenti diventiamo dei Magi che cercano Dio nei palazzi perché Dio è importante, mentre Lui sta nella casa sobria di Maria, ragazza-madre custodita da un uomo umile e in difficoltà… Quanta normalità divina!!

Flavio Gotta

Attraverso Papa Francesco l’America Latina ci restituisce il Vangelo?

Attraverso Papa Francesco l’America Latina ci restituisce il Vangelo?

 

In preparazione all’incontro con Marcelo Barros del 17 novembre abbiamo chiesto a Don Pavin di aiutarci nel capire le novità evangeliche che il Sud America ci ha dato, compreso Papa Francesco.

 

Un Papa piemontese? No: un papa sudamericano (anche se argentino, del paese forse meno “creolo”). Un papa tradizionalista -nel senso più vero- ci fa rivedere e risentire la fede dei padri.

-L’America Latina ci restituisce il Vangelo. Le fu imposto col colonialismo:  forse i secoli di sottomissione la spinsero a vedere il vangelo come “ev-angelo”, notizia di liberazione e di speranza. Come buona novella è penetrato davvero nella cultura di quelle popolazioni. Una inculturazione di cui forse solo ora, dopo cinque secoli, noi europei cominciamo a scoprire la “evangelicità”. Ora che cominciamo a renderci conto che il nostro intellettualismo, le nostre strutture organizzate e disciplinate, il nostro  esasperato e raffinato moralismo, sembrano portarci a un vicolo cieco, come a illuderci di salvarci da soli…

-Una chiesa povera per i poveri. Popolare, vicina alla gente, poco intellettuale: la rivincita della religiosità popolare.  Misericordia più che moralismo: è Gesù Cristo che ci salva, non la nostra bravura e abilità. Gioia e festa più che seriosità. Fratellanza più che “disciplina”…

Per noi la religiosità popolare è confinata nelle feste patronali (più impegno delle Pro-loco che delle parrocchie), o snobbata nelle persone anziane e “ignoranti e superstiziose”, secondo noi.  Per l’America Latina è fede incarnata, fisica, festosa, e per questo contagiosa. Riuscirà papa Francesco a trasmetterci  il suo stile, la sua fede evangelica, umile e povera?

-Ma davvero l’America latina è così?  Non siamo ingenui: sta inseguendo velocemente  la nostra modernità e, purtroppo, ci sta raggiungendo in fretta. (Forse il successo delle sette è una reazione a una modernità che toglie alla vita calore e spontaneità).

Ma questi valori evangelici, che ha mantenuto per tanti secoli, adesso ce li sta offrendo, come  salvezza da una fede che rischia di ridursi a scienza, da una morale che rischia di diventare superbia, da una struttura che rischia di apparire sempre più gestione di potere.

Nell’immediato post-concilio, ci siamo sfogati in tanti discorsi sulle comunità di base (discorsi, appunto, salvo qualche esperienza-limite mal digerita dalle nostre chiese), poi siamo diventati tutti esperti di Teologia della liberazione (ammirarla o temerla ci teneva svegli); adesso siamo invitati ad accogliere e vivere questi valori nella “normalità”  di un papa che vive così perché è normale, che si porta la nera borsa di cuoio perché è normale, che accoglie sulla porta i visitatori perché è normale, che saluta la gente all’uscita di chiesa perché è normale… Che accoglie le persone senza giudicarle… perché è Vangelo. (Gv 8,8“Neanch’io ti condanno: va in pace e non peccare più”)

 

Don Pavin, assistente diocesano e regionale dell’AC, missionario in Venezuela negli anni ’60

La scelta preferenziale per i poveri

In Avvento e in Quaresima, insieme all’Azione cattolica interparrocchiale e alla Parrocchia della Cattedrale di Acqui, il Movimento ecclesiale di impegno culturale (MEIC), ha organizzato (nella Cripta del Duomo) un’ampia lettura guidata di testi tratti dal Concilio vaticano II.

L’iniziativa voleva essere una risposta all’invito del Papa Benedetto XVI a porre l’insegnamento del Concilio vaticano II al centro dell’anno della fede (l’ultima grande scelta pastorale di questo papa): anno della fede che si sta per concludere .

Abbiamo chiesto al coordinatore diocesano del MEIC , Domenico Borgatta  di introdurre, per i nostri lettori, il tema della Chiesa dei poveri, argomento di cui si è occupato il Concilio vaticano II e tornato alla ribalta dell’attenzione ecclesiale grazie ai frequenti interventi di Papa Francesco.

L’occasione di riflettere su questo tema si presenta inoltre con l’iniziativa proposta dall’Azione cattolica diocesana che si terrà a Nizza Monferrato  sabato 16 e domenica 17 con l’intervento di Marcelo Barros, monaco brasiliano, stretto collaboratore di uno dei più famosi vescovi della Chiesa dei poveri, l’arcivescovo di Recife, Helder Camara. Pubblichiamo qui di seguito il suo intervento.

 

 

“Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”. Questa esclamazione del Papa Francesco, pronunciata poche ore dopo la sua elezione, ha commosso molti (anche non credenti).

Non è inutile ricordare che queste parole del Papa non derivano soltanto dalla sua sensibilità umana e cristiana: esse sono radicate in uno dei documenti più importanti del Concilio Vaticano II, quello in cui si parla della Chiesa e che abbiamo letto in cattedrale lo scorso dicembre.

Perciò, articoliamo la nostra riflessione proprio a partire dal Concilio per poi provare a indagare alcuni avvenimenti e riflessioni relativi  a questo argomento, intervenuti nei cinquanta anni che ci separano dal Concilio per poi, al termine, provare a trarre qualche conclusione che ci possa essere utile oggi qui da noi.

1. Il Testo conciliare a cui facciamo riferimento è il paragrafo 8 del documento conciliare “ Costituzione dogmatica sulla Chiesa” (in latino, indicato come Lumen gentium): si tratta del paragrafo conclusivo del primo capitolo: quello più importante, perché in esso il concilio affronta il tema del “Mistero della Chiesa”: sarebbe come dire il posto in cui si indaga sulla natura profonda (visibile perché fatta da uomini che vivono nella storia) e spirituale (perché voluta da Dio, attraverso la morte e resurrezione di Gesù e la presenza dello Spirito santo, per la salvezza di tutti gli uomini).

Si tratta di un testo del Concilio tra i meno commentati e i meno citati nei discorsi degli uomini di Chiesa in questi cinquant’anni che ci separano dall’assise conciliare e che ora, giustamente, il Papa pone al centro del suo programma  di vescovo di Roma che presiede a tutte le Chiese nella Carità.
Ecco il testo ( un po’ lungo ma espresso con parole e con argomenti di piena attualità per cui vale la  pena, una volta tanto, di citarlo – e di  leggerlo – nella sua integrità):

“Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo « che era di condizione divina… spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo » (lettera di Paolo ai cristiani di Filippi capitolo 2 versetti da 6 a 7) e per noi « da ricco che era si fece povero » (Seconda lettera di Paolo ai cristiani di Corinto  capitolo 8, versetto 9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre « ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito » (Vangelo di Luca capitolo 4 versetto18), « a cercare e salvare ciò che era perduto» (Vangelo di Luca 19,10), così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo. Ma mentre Cristo, « santo, innocente, immacolato non conobbe il peccato “ (Seconda lettera di Paolo ai cristiani di Corinto capitolo  5 versetto 21) e venne solo allo scopo di espiare i peccati del popolo (Lettera agli  Ebrei capitolo  2 versetto 17), la Chiesa, che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento. La Chiesa « prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio », annunziando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga (Prima lettera di Paolo ai  cristiani di Corinto capitolo 11 versetto 26). Dalla virtù del Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di lui, fino a che alla fine dei tempi esso sarà manifestato nella pienezza della luce”. Il testo è chiarissimo, per cui, mi permetto solo qualche considerazione.

1.      La povertà è uno dei modi attraverso i quali la Chiesa che non si vede (la chiesa mistero, quella che nel paragrafo precedente il 7, il Concilio chiama “ corpo mistico di Cristo”) si rende visibile agli uomini di oggi.

2.      Questo passo del Concilio, prima di parlare della Chiesa, parla del suo fondatore  Gesù, ed è per essere conforme a Lui che la Chiesa deve essere povera:  “Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza”; come si vede, quella della povertà per la Chiesa non è una tra le tante scelte possibili, che magari in alcuni momenti della storia o in alcuni ambienti diventano più opportune: si tratta di qualcosa di essenziale se vuole  “comunicare agli uomini la salvezza” (sarebbe come dire : se vuole svolgere la sua  missione). Per la Chiesa non c’è altra strada che quella percorsa da Gesù e cioè la via  della croce.

3.      Il passo che abbiamo letto non parla della povertà dei cristiani (anche se, in certo modo, la suppone): esso parla della povertà “della Chiesa” nel suo insieme; in sostanza il Concilio non si limita a dire: dobbiamo imitare Gesù povero,  ma dice ben di più: la Chiesa (nel suo complesso: dal Papa, ai cardinali, ai Vescovi, ai preti, ai laici) deve essere povera nei mezzi  che sceglie e nel modo in cui li usa, nelle strutture di autogoverno che si dà, nelle scelte pastorali, nel suo modo di proporre la verità che annuncia, nell’atteggiamento che assume nei confronti di chi appartiene ad altre confessioni o gruppi religiosi, di chi è ancora fuori di essa o di chi l’ha abbandonata. Come si vede c’è del lavoro da fare e pochi di noi possono sperare di morire dopo che questo lavoro è stato terminato.

4.      La parola “povertà” non è la sola parola utilizzata dalla Costituzione conciliare sulla Chiesa (ed anche il Papa, ormai parecchie volte, nei suoi discorsi “a braccio” fa riferimento a tante altre realtà, condizioni di vita che ritroviamo puntualmente in questo documento conciliare); cito, un po’ alla rinfusa dal testo riportato sopra: “poveri e sofferenti, persecuzione, umiltà e abnegazione, poveri e perduti, afflizioni e difficoltà, servizio, debolezza”. Da ciò possiamo trarre la conclusione che qui si parla di un tipo di povertà che supera la categoria per così dire sociologica di povertà.

5.       Voglio, in conclusione, richiamare ancora un “passaggio” del testo che ho proposto alla lettura: Questo: “ la Chiesa …… non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione”.  A questo passo del Concilio, sembra  far  riferimento papa Francesco ogni volta (e l’ha fatto diverse volte in questi mesi)  in cui invita tutti a guardare non alla sua persona ma a Cristo. Se questo vale per il Papa, ancor più vale per la Chiesa: essa non può dare l’impressione (coi suoi riti, col suo potere,  col suo comportamento) di ricercare la gloria terrena. Il concilio invita tutta la nostra comunità all’”abnegazione”.  Si tratta di un termine molto forte che richiama uno dei requisiti essenziali  per chiunque voglia seguire Gesù, almeno secondo l’evangelista Marco che, al versetto 34 del capitolo 8 del suo Vangelo,  scrive: “ Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, Gesù disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

2. Nei cinquant’anni che ci separano dal Concilio sono intervenuti fatti nuovi che a metà degli anni 60 del secolo scorso non era possibile prevedere.

Ne indico alcuni: il crollo dei regimi che dichiaravano di reggersi su visioni filosofico politiche marxiste; la globalizzazione e il pluralismo religioso.

Su ognuno di essi intendo esporre qualche considerazione.

1.Incominciamo dal cosiddetto “crollo del Comunismo”: in genere con questa espressione ci si riferisce sia al tramonto dell’ideologia marxista e in particolare della cosiddetta “lotta di classe” sia al caduta dei sistemi politici che ad essa dichiaravano di ispirarsi.  Ma se la lotta di classe ha mostrato tutte le sue difficoltà (a livello teorico e pratico) i poveri non sono scomparsi anzi la forbice tra numero dei poveri sempre più poveri e dei ricchi sempre più ricchi ha continuato ad allargarsi. In sostanza, i poveri ci sono ancora, le guerre per il potere si spostano qua e là sul pianeta: basta guardarsi in giro e si vedono i vincenti e i perdenti. I primi hanno sempre più denaro, i secondi sempre più miseria. Anzi oggi si è diffuso (e da quel che capisco si sta diffondendo sempre più) un  sottoproletariato che (a differenza del proletariato di cinquanta anni fa) non ha né la forza né la capacità né la volontà di lottare per superare la condizione di disperazione in cui vive. Anzi i sottoproletari non sanno quello che fanno, non sanno parlare, non sanno scrivere, non si sanno spiegare: urlano, chiedono, vogliono. Sono i miserabili e non li vuole nessuno. Uomini o donne, bianchi, neri, mulatti. Vengono usati, sfruttati, buttati via (pensiamo a molti immigrati ma anche  a molti connazionali): sono poveri così poveri che non li vuole più nessuno, nemmeno gli eventuali marxisti ancora rimasti in circolazione. E così essi tendono a scomparire nelle periferie del mondo e delle città, a diventare invisibili

TEMPO DI PASQUA, TEMPO DI RIFLESSIONE SULLA PASTORALE?

Ripensare al nostro essere soci di Azione Cattolica chiamati “all’evangelizzazione e alla santificazione degli uomini e alla formazione cristiana della loro coscienza” (Apostolicam Actuositatem 20)

 

Dopo la memoria della risurrezione del nostro Signore Gesù Cristo, la chiesa estende la celebrazione della gioia pasquale ancora per 50 giorni. Il Tempo di Pasqua, così si chiama questo periodo, è formato da una settimana di settimane con un domani; il numero 7 è un’immagine della pienezza (si pensi al racconto della creazione nel primo capitolo della Genesi) e l’unità che si aggiunge a questa pienezza moltiplicata apre su un aldilà. È così che il tempo di Pasqua, con la gioia prolungata del trionfo pasquale, è divenuto per i padri della Chiesa l’immagine dell’eternità e del raggiungimento del mistero del Cristo. Secondo sant’Ambrogio: “I nostri avi ci hanno insegnato a celebrare i cinquanta giorni della Pentecoste come parte integrante della Pasqua”.

 

Al centro del tempo pasquale si trova la domenica del Buon Pastore che, in questo anno liturgico, ci propone il grandioso affresco dell’Apocalisse su cui si incastona la perla del Vangelo tratto dal capitolo 10 di Giovanni, il capitolo del “buon Pastore” appunto.

«La moltitudine immensa, che nessuno poteva contare», di cui parla il veggente di Patmos, non è una folla anonima, «l’Agnello che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro … sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita – dove – non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna – dove – Dio asciugherà ogni lacrima dia loro occhi».

Il Risorto che è Pastore e Agnello allo stesso tempo – è Pastore perché Agnello – conosce le sue pecore una ad una e anche le pecore lo conoscono perché ascoltano la sua voce e lo seguono. La vita è definita dal verbo conoscere, che non ha alcuna connotazione intellettuale, nella Bibbia infatti tale verbo rimanda ad una relazione di autentica intimità, che esige impegno e responsabilità, premura ed amore.

Il carattere di “pastore” di Gesù consiste quindi nella sua relazione con il Padre e con le sue pecore, dunque con Dio e con i credenti. È un titolo relazionale e non funzionale. Per questo motivo «quella che noi chiamiamo “pastorale”, ispirandoci al nostro Signore e Maestro, dovrebbe porre sempre al proprio centro la dimensione relazionale piuttosto che quella funzionale e organizzativa. Al cuore dell’essere pastore nella chiesa vi è la relazione personale col Signore, dunque la dimensione spirituale nutrita dalla fede e dalla preghiera, e la relazione con le persone fatta di  conoscenza, amore, ascolto, dedizione, dono della vita. Il pastore è attento al cuore di Dio e al cuore dell’uomo» (Luciano Manicardi, Riflessione sulle lettura, anno C, IV domenica di Pasqua).

 

Come laici di Azione Cattolica siamo chiamati a collaborare con i pastori che il Padre invia nella sua Chiesa, come ricorda il Concilio Vaticano II nel decreto “sull’apostolato dei laici”. Paolo VI in occasione del centenario dell’Azione Cattolica Italiana, l’8 dicembre 1968, aveva detto: «Essa [l’Azione Cattolica] è immediata collaborazione con il Vescovo “visibile principio e fondamento di unità” nella comunità della Chiesa locale (LG 23, I; 33,3), con l’azione pastorale dell’Episcopato italiano riunito nella CEI (CD 37 ss.) e con il Papa che presiede alla comunione universale di carità (LG 13)».

L’adesione all’AC è frutto della «scelta di quanti vi aderiscono per maturare la propria vocazione alla santità, viverla da laici, svolgere il servizio ecclesiale che l’Associazione propone» (Statuto dell’AC art. 15.1). E questa adesione libera e personale passa attraverso il gesto semplice e impegnativo della tessera, che non è mera operazione burocratica, ma mezzo concreto per tessere relazioni.

Per questo motivo, quest’anno più che mai, ringraziamo il Signore per quanti hanno rinnovato la loro adesione o si sono iscritti per la prima volta, e soprattutto diciamo un grande GRAZIE ai presidenti parrocchiali e ai loro collaboratori che anche quest’anno hanno dedicato tempo e risorse a questa attività. Come diceva Anna Cervetti, socia di AC dai 18 agli 89 anni, già “propagandista” (oggi diremmo responsabile) diocesana e nazionale nel primo dopoguerra, se non tutti sono chiamati ad essere soci di AC «per me questa è stata la strada che il Signore ha scelto per riportarmi tra le sue braccia».

Ci ritroveremo tutti quest’estate insieme al nostro Vescovo per ringraziare per il dono che il Signore ci ha fatto attraverso la nostra associazione.

 

Avevo iniziato col la memoria della Resurrezione e con questa termino, ricordando le parole del santo padre Francesco durante l’omelia della Veglia pasquale:

le donne che si sono recate al sepolcro e lo hanno trovato vuoto sono invitate dai due angeli «a fare memoria dell’incontro con Gesù, delle sue parole, dei suoi gesti, della sua vita; ed è proprio questo ricordare con amore l’esperienza con il Maestro che conduce le donne a superare ogni timore e a portare l’annuncio della Risurrezione agli Apostoli e a tutti gli altri (cfr Lc 24,9). Fare memoria di quello che Dio ha fatto e fa per me, per noi, fare memoria del cammino percorso; e questo spalanca il cuore alla speranza per il futuro. Impariamo a fare memoria di quello che Dio ha fatto nella nostra vita!»

Maggio, Maria, Madonna, Madre (Davide)

Maggio, Maria, Madonna, Madre

Mentre sulla croce si consuma il supremo atto d’amore di offrire la vita per la salvezza degli uomini, Gesù, come in un intimo testamento, si ricorda delle persone più care al suo cuore e dispone che l’amore materno di Maria abbracci tutti coloro per i quali Egli dà la vita, innanzitutto la comunità dei discepoli:

Vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”(Gv 19,26-27).

La maternità della Madonna prosegue oggi per ciascuno di noi nella maternità della Chiesa, che con lo stesso amore ci accoglie, ci guida, ci rende partecipi dei doni di Cristo: la Parola, l’Eucaristia e gli altri Sacramenti. Il cuore grato e innamorato del popolo cristiano ha dedicato alla Vergine il mese di maggio, in cui la natura fiorisce, appaiono i primi frutti, sbocciano – con tutte le loro tonalità, varietà e bellezza – i fiori, perché Maria è il fiore più armonioso e ammirabile sbocciato dalla creazione nella pienezza del tempo, quando Dio, mandando il suo Figlio, ha donato al mondo una nuova primavera. Nello svelarsi del mistero di Cristo alla luce della fede pasquale, rivolgiamoci dunque con affettuosa tenerezza e filiale fiducia alla Vergine, prendendo rinnovata coscienza di essere amati infinitamente dal Signore e dalla Sua Santa Madre: sotto lo sguardo di Maria e nell’abbraccio della Chiesa, la nostra vita, pur con le sue fatiche, i momenti di prova, i sogni infranti, potrà conservare, anche nei giorni che verranno, insieme ai profumi e ai colori della primavera, la forza vitale e la gioia che scaturiscono dalla Risurrezione del Signore.

Davide Chiodi