Bibbia: istruzioni per l’ascolto – con il p.de gesuita Franco Annicchiarico

A proposito di Parola di Dio quest’anno ci sarà un appuntamento importantissimo, con il Padre gesuita Franco Annicchiarico che arriva da Bari. Sabato 24 Giugno guiderà un’intera giornata per essere introdotti al rapporto con la Parola, che è viva, con cui ci si relaziona e si imparare a conoscere il Signore. La Parola è per tutti, non solo i dotti e gli studiosi possono riceverla, e Padre Franco ci aiuterà a prenderla in mano, ad usarla per ascoltare il Signore invitandoci poi ad approfondire. Ma tutto parte da lì!! Non possiamo immaginare nessun impegno da Battezzati se non ci rapportiamo con la Parola.

La giornata è proposta soprattutto a giovani e giovanissimi (in collaborazione con la Pastorale Giovanile Diocesana) ma può venire chiunque abbia voglia di provare a “buttarsi” nel mistero della Parola di Dio che seppur scritta millenni di anni fa è detta a noi oggi e attraverso di essa il Signore continua a parlarci. L’importante è prenotarsi dal lunedì al venerdì agli Uffici Pastorali dalle 9 alle 12 (0144.356.750) da Chiara Pastorino-resp. giovani- dalle 19 alle 21 (333.300.1554) o da Caterina Piana –resp. ACR- dalle 21 alle 22,30 (340.914.57.32 o 0141.774.484).

Per non avere dubbi e fraintendimenti è evidente che l’esperienza è offerta a tutta la Diocesi, non è necessario essere iscritti all’Azione Cattolica (come per altro tutte le iniziative che l’AC Diocesana propone).

 

La politica con la P maiuscola

Il Papa nell’incontro a Roma per i 150 anni dell’Azione Cattolica ci ha invitato a fare politica con la P maiuscola. Non so bene cosa voglia dire soprattutto guardando la politica da un angolo di mondo dove non ci sono i numeri per condurre rivoluzioni, tracciare la strada dei popoli. E così ci avvolge la tentazione di pensare “non mi riguarda, io che posso fare?”. L’agire politico rischia di limitarsi a votare il sindaco, il consigliere che promette ciò che ci serve… ma sempre con un atteggiamento passivo: “tanto sono

Il Papa nel discorso all’AC per la festa dei 150 anni

tutti uguali e faranno solo i loro interessi”. Chiuso il discorso con la politica!

Forse la P maiuscola è quella della strada, quella che ci vede protagonisti tutti i giorni. Le scelte politiche che facciamo quotidianamente sono poi quelle che i nostri rappresentanti fanno a loro volta per avere il nostro consenso. Provo a fare tre esempi tra i mille che mi vengono in mente.

1) In banca chiediamo all’impiegato che i soldi rendano il più possibile, crediamo al mondo delle favole dove la gallina dalle uova d’oro concede soldi su soldi, senza fatica, senza rischio. Se l’impiegato ci risponde onestamente dicendo “più di questo non si può” scegliamo (votiamo) la banca accanto che invece ci fa sognare, ci promette rendimenti almeno più alti del vicino. Abbiamo fatto una scelta politica, non importa se ci vendono un’illusione o se per avere quei guadagni finanziamo i fabbricanti di armi, speculatori immobiliari o aziende che sfruttano e disumanizzano il mondo. O se dopo alcuni anni la banca rischia il fallimento. Allo stesso modo fa la politica dei palazzi: cerca la gallina dalle uova d’oro, specula sulle guerre, sul mondo del lavoro, sul futuro dei giovani, sull’emarginazione dei poveri, salvo poi rischiare il fallimento.

2) Cerchiamo l’uomo che conta e gli chiediamo un favore, qualcosa di personale per superare la fila, per avere una prestazione ospedaliera prima degli altri, per avere un incarico o un lavoro in cambio di qualche innocente ed ovvio “sovrapprezzo” per l’impegno messo. Pensare che questo sia l’unico modo di ottenere le cose è azione politica. Ho sentito mille volte con le mie orecchie, amici, nonni, genitori che educano i figli alla disillusione, a non credere all’onestà, che un posto di lavoro si ottiene solo affinando le armi della sopraffazione e dell’inganno, della furbizia e dell’omertà di fronte alle ingiustizie. Se insegniamo questo ai nostri figli (nel segreto delle nostre case, in piazza ci riempiamo la bocca di altre parole) come possiamo sperare che i nostri rappresentanti facciano diversamente?

3) Ci propongono di accogliere qualcuno che ha meno di noi, che fa migliaia di chilometri pagando sfruttatori, subendo soprusi, che chiede solidarietà umana perché nel suo paese è costretto a far vivere la sua famiglia con 30 € al mese, mentre su internet vede il nostro paradiso di benessere. Il primo pensiero è “l’accoglienza è pericolosa”, prima di vedere l’uomo/la donna, il padre di famiglia emigrato nasce la paura, pensiamo di aver di fronte l’approfittatore, il delinquente, il ladro del nostro benessere, salvo poi usarlo come badante magari “in nero” o come lavoratore sottopagato. Come possiamo pretendere che chi è molto più ricco e potente di noi ci guardi con uno sguardo diverso? Quando andremo noi (o i giovani che qui non trovano lavoro) a chiedere aiuto come potremo sperare di essere guardati diversamente? Ci stiamo abituando a trasformare i più deboli in pericolosi “scarti umani” (e al giro toccherà a noi…basta vedere gli stipendi dei nostri figli), se facciamo scelte politiche quotidiane di esclusione avremo politici e uomini di potere che si comporteranno nello steso modo con noi piccoli uomini di periferia, che per loro siamo degli scarti che danno fastidio come le zanzare d’estate

Non è moralismo ma è la consapevolezza che il nostro agire quotidiano condiziona la politica. Io non mi rassegno, sono convinto che siamo in un mondo di persone che desiderano una vita bella, ma questa passa per l’impegno, la fatica di costruire qualcosa tutti i giorni, la condivisione. Questo credo possa essere da subito la politica con la P maiuscola che possiamo fare…. poi se ci organizziamo e ci uniamo, facciamo crescere i numeri e la pressione di chi agisce così, ho la certezza che ai piani alti dovranno prenderne atto. Ma se da noi per primi hanno esempi negativi, avranno la scusa per perpetuare i nostri stessi comportamenti. Certo il discorso non finisce qui ed è sicuramente più complesso, ma questo è un primo e fondamentale tassello.

La mia professoressa alle superiori, pur non condividendo a pieno il mio impegno nella Chiesa, predicava che il santo principio evangelico del “ama il prossimo tuo come te stesso” è criterio unico e sufficiente per una convivenza sociale umana, positiva e dal benessere diffuso. E’ azione politica con la P maiuscola. Santa professoressa, laica e diffidente verso la religione, ma che sapeva riconoscere la sapienza “divina” che in essa è rivelata!!

Flavio Gotta – presidente Diocesano di AC

2017-Giornata del Migrante

domenica la Giornata del Migrante e del Rifugiato

MIGRANTI E RIFUGIATI: LA RESPONSABILITA’ DI CAPIRE E DI COMUNICARE

Domenica si è celebrata la Giornata del Migrante e del Rifugiato, centrata quest’anno in particolare sulla condizione dei minori. Numerose le iniziative e gli interventi in tutt’Italia. Ne hanno dato qualche riscontro i media nazionali. E’ quindi opportuno ragionarne anche nel nostro piccolo contesto, che peraltro condivide – volente e o nolente – le vicende generali.
Si tratta di un fenomeno molto complesso. Se vogliamo uscire dai facili slogan, occorre riferirsi ad alcuni punti fermi, che riguardano principalmente due aspetti:

1) Anzitutto la natura, le cause e le dimensioni del fenomeno migratorio, e in particolare dei rifugiati e richiedenti asilo: si tratta di flussi che dipendono principalmente da due fattori: chi fugge da situazioni di guerra e di persecuzione (per i quali è possibile il riconoscimento di rifugiati e l’asilo politico) e quanti fuggono da situazioni di fame e miseria alla ricerca di un lavoro e di un futuro per sé e per la propria famiglia. Sono cause che difficilmente possono essere fermate da muri e filo spinato. Le oscene immagini di questi giorni alle frontiere balcaniche, l’ecatombe di vite nel
Mediterraneo, la condizione di migliaia di bambini e ragazzi (sovente soli, perciò ancor più vulnerabili e impossibilitati a far sentire la propria voce) ne sono la drammatica conferma. Così come il fenomeno di quanti sono immigrati e si sono inseriti nella nostra società non è reversibile, a maggior ragione per quanti sono figli di immigrati di seconda generazione. Quindi: quale convivenza vogliamo costruire ?
2) Il secondo aspetto è l’atteggiamento con cui guardiamo al fenomeno: è l’elemento determinante, perché sta alla base dei giudizi che diamo sulle persone coinvolte e sulle iniziative e provvedimenti politici e amministrativi necessari a governare il fenomeno. Quindi proprio questo ‘sguardo’ è il primo e decisivo elemento, che riguarda la responsabilità di tutti e di ciascuno: se lo sguardo è corretto produce atteggiamenti costruttivi, se lo sguardo è distorto o manipolato produce errore. In proposito, è necessario anzitutto distinguere bene tra immigrazione e terrorismo, tra musulmani e terrorismo, tra migrazione e criminalità: infatti identificare questi fenomeni non corrisponde alla realtà, produce pregiudizio e sofferenza, alimenta “le guerre tra poveri”.

LE PAROLE DEL PAPA. Nel messaggio per la Giornata del migrante, Francesco richiamano il Vangelo quando si sofferma sulla “responsabilità di chi va contro la misericordia: «Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare» (Mt 18,6)” … “Sono in primo luogo i minori a pagare i costi gravosi dell’emigrazione, provocata quasi sempre dalla violenza, dalla miseria e dalle condizioni ambientali, fattori ai quali si associa anche la globalizzazione nei suoi aspetti negativi. La corsa sfrenata verso guadagni rapidi e facili comporta anche lo sviluppo di aberranti piaghe come il traffico di bambini, lo sfruttamento e l’abuso di minori e, in generale, la privazione dei diritti inerenti alla fanciullezza sanciti dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia” … “Pur senza misconoscere le problematiche e, spesso, i drammi e le tragedie delle migrazioni, come pure le difficoltà connesse all’accoglienza dignitosa di queste persone, la Chiesa incoraggia a riconoscere il disegno di Dio anche in questo fenomeno, con la certezza che nessuno è straniero nella comunità cristiana, che abbraccia «ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9). Ognuno è prezioso, le persone sono più importanti delle cose e il valore di ogni istituzione si misura sul modo in cui tratta la vita e la dignità dell’essere umano, soprattutto in condizioni di vulnerabilità, come nel caso dei minori migranti”. Per questo papa Francesco, richiamando un analogo messaggio di Benedetto XV del 2008, indica la necessità di “puntare sulla protezione, sull’integrazione e su soluzioni durature” che riguardano sia gli interventi nei paesi d’origine sia quelli interni e locali.

PROGETTI PER LA PROTEZIONE E L’INTEGRAZIONE. Mons.Galantino, segretario della Conferenza episcopale italiana, sottolinea la responsabilità di quanti governano e degli operatori della comunicazione “senza la superficialità gridata da chi parla tanto di migranti ma forse non ha mai parlato con i migranti e senza il cinismo di chi forse non ha mai incrociato lo sguardo smarrito e implorante di una famiglia migrante fatta di uomini, donne e bambini”. Occorre invece misurarsi con progetti realistici, con provvedimenti che facilitino l’inserimento dei migranti nella nostra società. Da qui l’apprezzamento per quanti lavorano per la protezione e l’integrazione: dalle forze dell’ordine agli insegnanti, dai volontari e agli operatori della cooperative sociali che gestiscono direttamente i diversi aspetti dell’accoglienza e dell’integrazione, sovente con grande sacrificio personale.
Crediamo che quanto ci indicano il Papa e i Vescovi corrisponda a quanto suggerisce la coscienza cristiana orientata al Vangelo. Certo è un’indicazione “scomoda” che smuove le nostre certezze e sicurezze. Che ci chiede una “conversione”. Ma che ci può aiutare ad affrontare in modo positivo le nostre paure. E ci guida ad assumere le nostre responsabilità di cristiani e di cittadini. Una indicazione che interpella tutti, a partire da quanti hanno responsabilità educative e culturali, sociali e politiche. Non si tratta di “buonismo”, bensì appunto di responsabilità.

L’USO DISTORTO DELLA VICENDA MIGRANTI. E’ infatti scandaloso l’uso che della vicenda migranti/rifugiati viene fatto a livello politico, per conquistare una manciata di voti, facendo leva sulle paure e sulla rabbia (più o meno giustificate). Uso il termine ‘scandaloso’ perché chi fa leva sul pregiudizio e semina paura e ostilità ha responsabilità ben precise, a cominciare dall’uso dei social network o dei discorsi pubblici: infatti, pregiudizio e ostilità creano atteggiamenti di chiusura, alimentano a loro volta pregiudizi e ostilità contrarie, fanno salire i rischi, la violenza e l’insicurezza. E’ questo il futuro che vogliamo costruire per i nostri figli e nipoti ? Ma questo uso ‘politico’ distorto della vicenda migranti è scandaloso anche per un altro aspetto: pregiudizi e ostilità non aiutano a individuare le soluzioni opportune e possibili ai problemi (reali) che la migrazione e l’integrazione pongono, anzi allontanano dalla possibilità di attuare interventi positivi. Interventi possibili solo con la collaborazione di tanti: accoglienza e integrazione, infatti, non riguardano solo alcuni tecnici della sicurezza e specialisti della solidarietà, ma l’atteggiamento diffuso di tutta una comunità. Ed in primo luogo di quanti la amministrano.

Vittorio Rapetti

Scelta religiosa e mediazione culturale

DALLA FEDE ALLA POLITICA (e ritorno): scelta religiosa e mediazioni culturali – politiche Vittorio Rapetti

La politica torna prepotentemente a farsi spazio nei pensieri e nelle preoccupazioni, ma anche nelle attese di tanti. L’infinita vicenda personale di Berlusconi rischia però di far velo a questioni chiave che ormai non ammettono ulteriori rinvii. La questione del lavoro e della disoccupazione giovanile, prima di tutto. Quella della legalità e del contrasto alle mafie e alla mentalità di  corruzione. Quella dell’ambiente e della sua tutela sanitaria e culturale. Quella del sistema del welfare, a cominciare dai servizi sanitari e socio-assistenziali, ancor più cruciali in epoca di crisi perdurante come l’attuale.

Ma altre questioni si intrecciano a quelle sociali ed economiche e sono quelle propriamente politiche: il futuro della democrazia in Italia ed il ridefinirsi del sistema dei partiti, il sistema elettorale  (che attende una indispensabile riforma dell’attuale legge), le opportune “manutenzioni” costituzionali (che non scardinino il progetto e l’equilibrio disegnato dalla Costituzione del 1948), il rilancio dell’Europa (di fronte all’importanza decisiva della integrazione europea ma anche rispetto ai tanti punti deboli del percorso fin qui attuato).

I prossimi appuntamenti elettorali – a cominciare dalle cruciali elezioni europee del 2014 – dovranno fare i conti con questi nodi. E tutto questo ci chiede di superare la fatica e talora il fastidio – che tutti ci prende – quando ci troviamo ad occuparci di politica …. ben sapendo che farne a meno non risolve alcun problema, anzi li aggrava.

Ma anche la fede cristiana e la chiesa cattolica stanno riproponendosi con decisione all’attenzione di tutti. Le parole e le scelte di papa Francesco hanno riaperto la prospettiva di una chiesa che sa rinnovarsi secondo lo spirito del Concilio Vaticano II, di una chiesa povera che sviluppa il suo ruolo profetico, a partire dalle necessità spirituali, morali e materiali, attraverso la condivisione (o almeno la vicinanza), l’accompagnamento, il discernimento, la misericordia, ma anche attraverso un diverso modo di organizzare la sua vita interna.

Politica e fede debbono restare ambiti distinti, ma non indifferenti (è la famosa scelta religiosa compiuta dall’AC nel dopo Concilio, che resta di profonda attualità). E la strada per riprendere questo rapporto è duplice: da un lato ritrovare uno sguardo condiviso sui problemi essenziali e sul modo di intendere la vita e le esigenze umane, che possa restituire una ispirazione di fondo a quanti sono chiamati a costruire il bene comune (è in fondo l’idea del Concilio della “famiglia umana” e dell’”equa distribuzione delle risorse” in nome della “comune dignità di tutti gli esseri umani”).

Dall’altro, ritrovare l’indispensabile raccordo tra morale e politica. Le recenti parole – semplici e chiare –  di papa Francesco sulla “dea tangente” e sul “dio denaro”, su quel “pane sporco” che rischiamo di dare ai nostri figli, ci riportano proprio a questa sequenza fede-morale-politica. Una sequenza che può diventare un contributo per la stessa ripresa del nostro paese, che deve tornare a guardare alla costruzione dei “capitali morali e spirituali”, senza i quali le risorse economiche – poche o tante che siano – non producono sviluppo umano, ma solo maggiori squilibri e ingiustizie e violenze.

Quali strumenti per servire questo cammino ?  La nostra è una stagione di trasformazione profonda, e forse guardare ad altre fasi analoghe della storia può aiutarci. Nel passaggio tra ‘800 e ‘900  e nel secondo dopoguerra, i cattolici italiani non si sono limitati a enunciazioni di principio o a ribadire quanto la gerarchia annunciava attraverso il suo magistero. Essi hanno costruito delle “mediazioni” ossia delle proposte e degli strumenti per cercare di attuare nella vita personale, familiare e sociale quei valori e principi di ispirazione cristiana.

Sul versante della formazione religiosa ed ecclesiale costruirono con pazienza e volontà le proposte e le strutture dell’associazionismo laicale (l’Azione Cattolica con le sue diverse articolazioni e poi l’Agesci, ed altre associazioni legate alle congregazioni religiose e missionarie).

Sul versante sociale ed economico organizzarono le associazioni culturali e professionali, il sindacato con la Cisl, le Acli, le tante forme di cooperazione economica e sociale, per lo sport e il tempo libero (CSI, CTG e tante altre forme aggregate).

Anche sul piano politico scelsero una concreta mediazione storica attraverso l’adesione ad un partito (in prevalenza il Partito Popolare prima, la DC poi, ed alcuni in altre formazioni). Attraverso  questa fitta rete associativa, sociale e politica  i cattolici italiani hanno potuto crescere nella fede e nella testimonianza cristiana ed anche sul piano culturale ed esistenziale, dando un contributo di grande importanza all’intero paese, a cominciare dalla Costituzione fino alla vita ordinaria nei diversi territori.

Certo, la storia non si ripete in modo meccanico. Ora i tempi sono diversi, differenti le condizioni religiose e culturali. La Dc non c’è più, i sindacati e l’associazionismo sociale ed ecclesiale hanno una “presa”limitata. Ma le mediazioni ecclesiali-culturali, sociali-economiche e politiche sono indispensabili: se quelle precedenti non reggono o non sono comprese, vanno ri-elaborate. Ma in ogni caso le mediazioni sono necessarie.  Altrimenti anche le migliori affermazioni restano “senza gambe”, le più belle testimonianze entusiasmano per qualche momento e poi scivolano via, i valori e i buoni esempi non si radicano nella vita delle persone e delle comunità. Per questo occorrono alla chiesa e alla società associazionismo, cooperazione, sindacati,  partiti (nelle nuove e molteplici forme che occorre elaborare a fronte delle mutate condizioni di vita, di lavoro, di mobilità, di cultura, di salute). Solo così il tessuto civile e religioso può vivere, crescere, dare alle nuove generazioni una possibilità concreta di integrazione, di cambiamento, di critica costruttiva, ed offrire ai più deboli una rete di solidarietà efficace.

Riflessioni socio politiche – novembre 2013

Due articoli di Vittorio Rapetti per riflettere “da cristiani” sulla situazione attuale

Scelta religiosa e mediazione culturale

Famiglia e società, tra politica e avarizia

Attraverso Papa Francesco l’America Latina ci restituisce il Vangelo?

Attraverso Papa Francesco l’America Latina ci restituisce il Vangelo?

 

In preparazione all’incontro con Marcelo Barros del 17 novembre abbiamo chiesto a Don Pavin di aiutarci nel capire le novità evangeliche che il Sud America ci ha dato, compreso Papa Francesco.

 

Un Papa piemontese? No: un papa sudamericano (anche se argentino, del paese forse meno “creolo”). Un papa tradizionalista -nel senso più vero- ci fa rivedere e risentire la fede dei padri.

-L’America Latina ci restituisce il Vangelo. Le fu imposto col colonialismo:  forse i secoli di sottomissione la spinsero a vedere il vangelo come “ev-angelo”, notizia di liberazione e di speranza. Come buona novella è penetrato davvero nella cultura di quelle popolazioni. Una inculturazione di cui forse solo ora, dopo cinque secoli, noi europei cominciamo a scoprire la “evangelicità”. Ora che cominciamo a renderci conto che il nostro intellettualismo, le nostre strutture organizzate e disciplinate, il nostro  esasperato e raffinato moralismo, sembrano portarci a un vicolo cieco, come a illuderci di salvarci da soli…

-Una chiesa povera per i poveri. Popolare, vicina alla gente, poco intellettuale: la rivincita della religiosità popolare.  Misericordia più che moralismo: è Gesù Cristo che ci salva, non la nostra bravura e abilità. Gioia e festa più che seriosità. Fratellanza più che “disciplina”…

Per noi la religiosità popolare è confinata nelle feste patronali (più impegno delle Pro-loco che delle parrocchie), o snobbata nelle persone anziane e “ignoranti e superstiziose”, secondo noi.  Per l’America Latina è fede incarnata, fisica, festosa, e per questo contagiosa. Riuscirà papa Francesco a trasmetterci  il suo stile, la sua fede evangelica, umile e povera?

-Ma davvero l’America latina è così?  Non siamo ingenui: sta inseguendo velocemente  la nostra modernità e, purtroppo, ci sta raggiungendo in fretta. (Forse il successo delle sette è una reazione a una modernità che toglie alla vita calore e spontaneità).

Ma questi valori evangelici, che ha mantenuto per tanti secoli, adesso ce li sta offrendo, come  salvezza da una fede che rischia di ridursi a scienza, da una morale che rischia di diventare superbia, da una struttura che rischia di apparire sempre più gestione di potere.

Nell’immediato post-concilio, ci siamo sfogati in tanti discorsi sulle comunità di base (discorsi, appunto, salvo qualche esperienza-limite mal digerita dalle nostre chiese), poi siamo diventati tutti esperti di Teologia della liberazione (ammirarla o temerla ci teneva svegli); adesso siamo invitati ad accogliere e vivere questi valori nella “normalità”  di un papa che vive così perché è normale, che si porta la nera borsa di cuoio perché è normale, che accoglie sulla porta i visitatori perché è normale, che saluta la gente all’uscita di chiesa perché è normale… Che accoglie le persone senza giudicarle… perché è Vangelo. (Gv 8,8“Neanch’io ti condanno: va in pace e non peccare più”)

 

Don Pavin, assistente diocesano e regionale dell’AC, missionario in Venezuela negli anni ’60